In città non si può decidere di morire come meglio si crede.
In città è tutto diverso, ognuno ha i suoi piccoli spazi delineati da muri, da orari, da consuetudini, da sciacquoni e posti auto propri. Ognuno ha il suo angolo di sconsolata solitudine o di contenuta felicità che va modulata sulle esigenze altrui o sull’altrui tolleranza e ogni pensiero più prepotente del traffico che ci consuma, deve trovare uno sfogo che scavalchi quelle recinzioni e ci consenta di entrare in contatto con quell’umanità percepita nell’appartamento accanto.
Non potevo lasciare che morisse così, non qui, non in una città piena di pericoli dove la morte non arriva nella luce di una notte stellata di primavera ma si annida dietro a macchine puzzolenti di benzina verde o tra il frastuono di tacchi troppo alti che battono l’asfalto.
Stanotte ho dormito pochissimo, sapevo che non mi era concessa l’attesa e non volevo che questa negazione mi si presentasse al buio in tutta la sua cruda realtà così stamattina mi sono alzata molto prima del solito in un orario che mi ha vista sveglia sempre e solo per cercare i miei animali perduti e sono uscita con una determinazione che vorrei avere più spesso o più concreta
Non poteva essere andato troppo lontano, le sue condizioni fisiche non glielo avrebbero permesso, questa volta la tigre era sfiancata, finita, tradita dai suoi stessi artigli e il suo tragitto non poteva essere passato inosservato in questo quartiere pieno di una umanità senza compromessi.
Ho preso un cane che mi aiutasse con il suo fiuto a trovare ciò che cercavo e con la lucidità di un cittadino nato in città e cresciuto con la campagna nel cuore, sono infilata nel bar e ho chiesto ad uno dei soliti avventori se sapeva niente di un gatto grigio che avevo perduto due giorni prima.
Un gatto grigio e malato, si, lo abbiamo trovato ieri sera e abbiamo chiamato la Francesca, credo che lo abbia lei o anzi no, è intervenuta la barrista, credo che lo abbia portato da un veterinario ma corri da lei e senti, sul campanello c’è scritto solo Francesca.
Forse la campagna è germogliata nel mio cuore nei sabati pomeriggi passati a casa di mia nonna nel cui giardino le piante erano sistemate con il criterio della casualità. Forse insieme al miglio che lasciava per gli uccelli e che cadendo germogliava nel terreno, sono germogliata anche io come tenera erbetta che ho poi protetto nel mio cuore.
Forse la benzina puzza perché il posto auto in città costa come un appartamentino di campagna e i cassonetti puzzano perché contengono i vizi di una civiltà ricca ed indolente e forse l’orina di gatto maschio profuma perché contiene la tenerezza di quei pomeriggi passati ad ascoltare gli occhi di mia nonna.
Di sicuro so che chi fosse entrato in casa di Francesca senza aver annusato l’infanzia che mi aveva regalato mia nonna, sarebbe svenuto per il tanfo insopportabile che stagnava su ogni lurido oggetto di quella casupola piena di gatti e piattini di fegatini di pollo appoggiati sul tavolo di cucina e sulla credenza dell’ingresso e cassette con lettiera e portacenere pieni di vecchie cicche.
Lei mi ha aperto la porta scalza, con indosso solo una lunga e sudicia maglia nera, i capelli biondi raccolti con un fermacapelli casuale come le coltivazioni del giardino di mia nonna e il trucco troppo pesante della sera prima annidatosi tra le rughe del volto e le pesanti borse sotto agli occhi pieni di lacrime ancora da consumare.
Forse dieci anni più di me portati male o venti portati bene, forse qualche vecchio sogno nel cassetto marcito nel tempo che passa o qualche delusione che non ha trovato posto dentro di se e che dilagando oltre gli argini del proprio organismo, si è depositata nel suo amore per i gatti.
Di sicuro una vita in solitudine tra le sue bestie, il suo accento francese molto marcato, il bicchierino di vino bianco al bar dove trascorre spesso le sue amare giornate di germogli inariditi troppo in fretta.
Ha trovato lei il mio gatto e lo ha portato subito dal suo veterinario, un enfasi quasi volgare accompagna i suoi gesti e le sue parole, una felicità incontenibile si esprime tramite i sussulti delle sue carni stanche, scendono lacrime che si impastano con il fumo di quella sigaretta che tiene tra le dita e mi guarda da vecchia con occhi di bambina mentre non sa più come manifestare la sua felicità per aver trovato la padrona del gatto.
Io mi lascio contagiare da quella agitazione, rido, parlo, piango, mi muovo. Faccio tutto troppo chiassosamente mentre lei corre a prendere il telefono per chiamare il suo veterinario e mentre ancora una volta, come quei pomeriggi con mia nonna, parole francesi e puzza di orina di gatto, sono attimi di felicità contagiosa che rende un senso alle cose e pone sull’altro piatto della bilancia piena di notti stellate e profumi imbarazzanti di vegetazione, una città fatta di uomini e donne con la campagna nel cuore.
Mi precipito a prendere il mio gatto con la fretta di chi gode della sua vittoria, una stupida vittoria la cui stupidità è di conforto a quel viaggio con un trofeo portato a casa tra le braccia, una vittoria di lacrime dolci e risate amare, di deboli fusa e baci che non finiscono più.
La gente per strada mi guarda guidare felice con quel gatto tra le braccia, qualcuno sorride, altri osservano stupiti, noi torniamo a casa per un ultimo saluto.
Ti lascio sul divano per qualche ora tigre, solo il tempo di trovare il coraggio di quello che tu non sei riuscito a fare da solo. Poche ore ancora in questa città, in questo quartieri dove i gatti possono appisolarsi al sole tra le ortensie fiorite della signora accanto ma non possono morire come vogliono loro perché le stelle in città, non possono scendere a prendersi il tuo respiro.
Qualche ora ancora e ti porto a morire dove sei nato mentre nel mio giardino cittadino, ieri sera splendevano le lucciole.
Se caso mai incontrassi quello lì che ha detto che lucciole sono sparite dalle città, digli che non è vero, digli che io ieri sera le ho viste e fatti grosso Gatto, digli che venivano a cercare te che avevi bisogno della luce delle stelle.
Il tuo nome è Gatto, non fare la sciocchezza di presentarti come Palletta che con quello stupido nome potrebbero prenderti in giro e salutami Emma e Ernesto che ti hanno preceduto solo di un mesetto.
Addio ragazzi.