Stamattina mi sono svegliata con la sensazione di avere un qualcosa in più.
Speranzosa ho abbassato lo sguardo ma con rammarico mi sono accorta che non erano le tette.
Era un brufolo, me ne sono accorta andando in bagno e passando distrattamente di fronte allo specchio, avevo fretta perché dopo la delusione delle tette temevo di essere diventata un uomo e volevo subito verificare se la mia vita sarebbe cambiata così all’improvviso.
Invece era un brufolo, lo specchio di fronte al quale sono passata mi ha rimandato indietro un’immagine colorata e scoppiettante che non poteva certo essere quella della mia faccia grigiastra della mattina appena sveglia
Stava lì, bello e sano, tutto gonfio come una zecca in fase di riproduzione e per un momento mi sono anche chiesta se non contenesse la sorpresa.
Le zecche, infatti, quelle grosse e goffe che cascano non appena le tocchi, sono piene di sangue e di uova . Guai a schiacciarle perché si rischia che il loro contenuto si sparga ovunque. Certo la maternità è un po’ una fregatura per tutte, se le donne incinta non riescono più a vedersi i peli del pube (e con essi anche quelli che selvaggiamente vi crescono sotto) le zecche incinta non riescono più a rimanere attaccate al pelo del cane e ballonzolando cascano giù.
Io, che non sapevo mai che farne e mi spiaceva uccidere una zecca incinta, le mettevo in un vasetto di vetro.
Le zecche vivono molto a lungo anche senza un pelo a cui attaccarsi.
Il brufolo invece stava lì impertinente come solo i brufoli sanno fare. Ti guardano dalla loro postazione e sorridendoti ti sfidano ad estirpali come zecche incinta. Ma i brufoli non sono zecche e quindi rimangono tenacemente attaccati dove sono.
Io i brufoli non li ho mai avuti ma avevo una compagna di classe che ne aveva di tutti i tipi. Stavano lì sul suo viso rossi e gialli, floridi e rinsecchiti, grossi e grassi come frutti maturi o giovani e teneri come capezzoli adolescenti. Ad essere sincera non era un bel vedere e quando a fine anno mi si avvicinò per salutarmi con due bacini, io fui costretta ad una seduta di training autogeno per superare l’orrore. Non credo che fosse titolare di una pensione di invalidità ma secondo me ne avrebbe avuto tutti i diritti.
Il mio invece, stava lì sulla guancia e continuava a fissarmi mentre io avvicinando il mio volto allo specchio, cercavo di valutare l’entità del disastro fino a quando, ad un certo punto, mi sono fatta coraggio e gli ho rivolto la parola:
“ciao, io sono vis, la proprietaria di questo volto, piacere (?) tu chi sei? Da dove arrivi? Quanto tempo pensi di fermarti? Posso fare qualcosa per te?” lui non ha risposto subito. Prima si è tutto arrossato come dopo una corsa, quindi si è assestato per bene sulla mia guancia e infine mi ha chiesto “a che ora si fa colazione?”.